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Il passaggio a livello

l rosso del passaggio a livello abbassato è un semaforo più scuro degli altri. Si deve vedere anche con la nebbia, senza luci, sulle strade statali come questa, con le curve e i tornanti.
Sei silenziosa. Tieni le mani sotto le cosce e ti guardi attorno, i campi e le case di campagna, muovi la testa in continuazione. Guardi fuori e non mi parli. Tra due minuti i motori si spegneranno, ci sarà solo buio e tramontana e noi due potremmo fare l’amore sui sedili di dietro prima che il treno passi e nessuno se ne accorgerebbe.
Tamburello sul volante, indice e indice ma non suono niente, solo non sopporto il silenzio. Metto su il cd che ho nel cruscotto, è lì da anni, ma suona abbastanza per permettermi di pensare a cosa dirti.

«Non ne hai un altro?»
«Non credo, no. Non ho niente in questa macchina. C’è la radio se vuoi.»
«Ecco sì, metti la radio.»
A me non piace la radio. Io non ascolto mai la radio e in questo punto del mondo potrebbe non sentirsi nemmeno Radio Maria.
«Non si sente niente. Ma in che buco di mondo siamo?»
«Ah, guarda, a casa di mia nonna non prende Raitre e nemmeno il cellulare.»
Rido.
Tu no.
«A questo punto meglio il cd», dici con spocchia.
Io invece ho avuto diverse avventure con questo cd in macchina. Potrei raccontartene una, magari.
«Sai, una volta ero in questa macchina, appena comprata, stavo andando a trovare la mia ex. Pioveva così forte che ho sbagliato strada, lì al bivio, vedi? Lì dove c’è quella casa col trattore. La vedi?»
Annuisci.
«Ecco. E insomma ero lì che non capivo dov’ero e ho girato in tondo per venti minuti e non capivo dov’ero.»
«Sì ho capito.»
«Ecco. E però avevo questo cd. A un certo punto c’era in una canzone la parola sinistra e io ho svoltato a sinistra e mi sono rimesso sulla strada principale e ho ritrovato la strada. Pensa, una canzone.»

Di nuovo silenzio. Il cd va, ma non serve.

«C’è la canzone che canta lei da sola?»
«Sì sì. La metto? Ti piace?»
«No, è solo che è un po’ meglio delle altre: non fa rumore.»

È la seconda volta che dici la parola rumore, al posto di chitarra elettrica. Io suono la chitarra, come tutti. Avevo anche un gruppo, al liceo, e tutti facevamo a gara a chi somigliasse di più a Kurt Cobain. Nessuno direbbe rumore al posto di chitarra elettrica. Io non direi mai rumore.
Il rosso del semaforo ti tinge la faccia. Ti fa cattiva e superficiale.

«Una volta sono rimasto qua davanti a fissare il passaggio a livello per un’ora. Una volta quel treno non è passato, è deragliato e il passaggio a livello non si alzava e noialtri eravamo qui fermi…»
«Può succedere di nuovo?»
«Ma no, dai, ora passa.»

Il treno con un solo vagone qui la chiamiamo ancora littorina. La senti arrivare, va piano, non fa tremare la terra, la vedi passare e il passaggio a livello si alza. Da solo. Alle sette di sera del 23 di dicembre è buio nero e ci sono solo due file di macchine che aspettano il treno. Mi volto, guardo sui sedili di dietro e c’è un sacchetto pieno di cose da mangiare, la mappa stradale, io sono ringiovanito di due anni, il cappello viola con i pon pon e il plaid, se non avessimo trovato un posto dove dormire. Davanti, invece, ci siamo io e te che non parliamo e non ne posso più.

«Esco a fumarmi una sigaretta», dici.
«Ti aspetto dentro», dico, «ho freddo.»

Forse avrei dovuto accompagnarti, forse avrei potuto farti un po’ di caldo, abbracciarti. Forse. È che io non ti abbraccio mai fuori dal letto. E invece ti guardo dallo specchietto e vedo solo il tuo cappotto rosso e la tua mano sinistra appoggiata alla portiera.
Apro il cruscotto, c’è il libro che c’ho messo dentro ieri. Inizio il nuovo racconto a pagina 48: “A nove anni Walter Handerson era convinto, e con lui molti suoi amici, che morire fosse l’esperienza più emozionante di tutte.” Mi colpisce, allora esco e ti leggo la frase.
«Ma che roba è?» dici mentre espiri fumo dalla bocca.
«Il libro che sto leggendo.»
Comincio ad essere deluso.
«Dai ma come può essere?»
«Un inizio perfetto. La frase dopo ti spiega che si sta parlando del gioco di guardie e ladri. Ma tu non ci pensi. Ti sorprende.»
«A me fa ridere e basta. Mi sembra un po’ stupido.»

Torno in macchina. Ho deciso di farti congelare da sola e comincio a domandarmi perché siamo usciti insieme. Perché ti ho portato a casa mia. Com’è che il sesso funziona così bene. Perché ti sto portando da mia nonna. Perché non ti piacciono le mie storielle. E non porti i cappellini coi pon pon; forse il viola non sta bene sul cappotto rosso. Perché questa cazzo di littorina non passa.

Rientri sbattendo la portiera. Ti guardo e non ho più nemmeno voglia di toccarti. Yates è lo scrittore di Teresa, non il tuo. E con questo cd ci siamo arrivati a Parigi, Teresa e io. Solo con questo, che finiva e ripartiva perché avevo dimenticato il resto a casa.
Il rosso ti spegne la faccia, la littorina trapassa l’orizzonte, ma ne sento solo il rumore ovattato, metto in moto e il passaggio a livello si alza.

Ma poi, perché Teresa mi ha lasciato?
Per un attimo, il 23 di dicembre, non me lo sono ricordato.