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L’abitudine

Ogni mattina, appena sveglio, mettevo su il caffè della moka da due tazze. La lasciavo sul fuoco basso, mentre mi facevo una doccia veloce; tornavo in tempo per vedere l’ultimo dito salire, lambire il bordo di metallo con qualche goccia e inalarne l’odore. Poi lo bevevo tutto, in una tazza da caffellatte senza latte. Infine mi preparavo la borsa, mettevo dentro la tuta, il ricambio della maglietta e almeno una volta al mese un regalo per mio nipote.
Sono sei mesi che mi sveglio tardi, il caffè lo faccio lo stesso e provo a berlo subito, ancora con il pigiama addosso, ma mi scotto quasi sempre, poi mi lavo, a pezzi, mi vesto e leggo gli annunci di lavoro pubblicati sul giornale. Non esco prima delle 11: ho imparato che i supermercati, le poste, molti uffici pubblici sono presi d’assalto dalle 8 alle 10, così io, se ho bisogno, ci vado dopo. La verità è che non voglio incontrare nessuno, non voglio salutare nessuno, non voglio spiegare niente a nessuno. Come se ci fosse qualcosa da dire, poi.

A pranzo mangio poco, svogliato, mi sembra di non averne bisogno, perché il mio organismo non ha fatto niente di grosso; leggo tutto il pomeriggio i libri che prendo dalla biblioteca, controllo l’orologio del soggiorno ogni mezz’ora, per non perdere il momento giusto: a pomeriggio inoltrato, quando metto su la moka da due tazze, di cui ho bruciacchiato il manico, mi faccio la doccia, bevo il caffè nella tazza del caffellatte senza latte che ho sbeccato urtandola sul lavandino e poi mi vesto di tutto punto, con la camicia e la giacca. Vado in agenzia, nella sede vicino al lungomare, un po’ distante da casa, così non incontro nessuno.
L’impiegato, quando mi vede entrare per l’ennesima volta nella stessa settimana, sospira e guarda rassegnato il suo collega; esito un secondo, ma non tolgo gli occhi dal suo colletto della polo ben stirato, costringendolo al dovere di sorridermi. Mi siedo al solito posto per aspettare il mio turno. Davanti a me ci sono due ragazzi giovani e una signora della mia età.

Ho preso la solita rivista, fatta di pagine gialle, titoli lunghi a caratteri piccoli e carta riciclata, ruvida e poco piacevole al tatto. Ogni tanto una pubblicità di un corso di formazione della regione o uno a distanza, da fare on-line. Se mi toccasse scegliere, preferirei il primo, così potrei uscire di nuovo al mattino con una ragione onorevole. Come se fosse ogni volta la prima, mi metto a leggere dal principio, perché da sei mesi a questa parte ho cominciato a pensare, in fondo a me stesso, di stare sbagliando qualcosa io, che ogni occasione sia buona per rimediare; speravo che tra le righe, come un segreto non alla portata di tutti, ci fosse la risposta per me, il consiglio risolutivo, il metodo perfetto, la medicina.

Ho preso l’abitudine a fare poche cose, riflettendoci su parecchio, per far sì che escano al meglio. Cerco di leggere tutti i volantini che trovo in agenzia, li colleziono in un preciso raccoglitore, leggo la newsletter che mi mandano tutte le settimane, se mi viene in mente qualche competenza o lavoro che potrei fare, me lo segno su un foglio e ci penso su, mi faccio un sacco di domande. Lo dicono anche i consulenti dell’agenzia al primo incontro, quando compilano la scheda e archiviano il curriculum: bisogna ripensarsi, riqualificarsi, dimenticare quello che si è perso e puntare solo sul meglio che si ha, per sfruttarlo.

Mi hanno lasciato a casa insieme a altri novantanove. Io ero proprio il centesimo della lista.
Qualcuno degli ex colleghi lo incontro in agenzia, al venerdì o al lunedì mattina. Io ci vado anche il giovedì e il martedì, perché non si sa mai, mi dico, magari succede che spunta fuori qualcosa e se arrivo prima lo so per primo: è una buona abitudine, lo dicono anche su questa rivista che ho tra le mani.

I due ragazzi hanno finito, adesso tocca alla signora, che si siede e si accomoda due o tre volte in cinque minuti. O sta scomoda, o è a disagio. Non c’è scampo: su quella seggiolina siamo tutti uguali. Deve essere la prima volta per lei. Poi ci sono io, l’impiegato mi stringe la mano, come al solito. È il più gentile. Mi chiede se ho messo a posto la caldaia – la volta scorsa avevo questo problema, oltre a un lavoro gli ho chiesto anche il contatto di un buon caldaista, ché quello di prima era sempre in ritardo e troppo costoso – e mi ha fatto piacere che se lo fosse ricordato, mi ha fatto quasi sorridere, ma subito mi è venuto in mente che non era cambiato nemmeno quello dall’ultima volta. Sta con gli occhi incollati sul computer, digita, clicca veloce, preme la freccia in basso e ogni tanto dice no con la testa, vorrei non vederlo quel no appena accennato, ma visibile, inesplicato, puro e perciò troppo schietto. Le prime volte gli domandavo il motivo di ogni no, adesso mi fido, preferisco che guadagni tempo per controllare più annunci e corsi possibile. Non mi fa più tante domande, non mi chiede mai di tornare o di farmi vedere. Mi conosce meglio di mio fratello e mio nipote, ormai.

Potrebbe fare questo corso qua.
E a che mi serve?
L’informatica? A un sacco di cose. È un corso base.
Ma io il computer lo so già usare, so scrivere, navigare, controllare la posta, riesco a fare ricerche anche avanzate e poi mio fratello mi ha insegnato pure a usare Excel. Cose semplici, ma lo so usare. Ho imparato nelle ultime settimane.
Sì, ma sul cv non c’è scritto.
Non ho la certificazione. L’altra volta mi avevi detto che dovevo scrivere solo se ho certificazione o esperienza.
Non lo so, secondo me lo possiamo scrivere.
Va bene, lo aggiungo.
Io lo dico per lei, magari poi il sistema mi trova dei corsi che non ti servono, invece di qualcuno che ti serve.
Va bene. Dove lo metto?
Alla fine. “Abilità informatiche”.
Qua vuole anche gli anni o i mesi di esperienza.
Scriva “altro” e poi ci metta “livello base”, così si capisce.

Se non fosse che Filippo mi sembra un ragazzo che sa quello che fa, non mi fiderei. Però è bravo, ha sempre la risposta pronta, mi sorride, dice di avere fiducia, quindi alla fine faccio come dice lui.

Comunque sono un operaio specializzato, a me che mi serve sapere usare il computer?
È disoccupato, se scrive qualcosa in più, si capisce che c’è impegno anche a fare dell’altro.

Mi si rompe la voce, a sentire È disoccupato.

Io sono disoccupato, ripetei tra le labbra con la voce soffocata.

Filippo mi guarda, smette di digitare. Io non alzo gli occhi e li abbasso ancora di più.

Lei è un operaio specializzato disoccupato; si fidi di me: se scrive qualcosa in più, è meglio.
Va bene, gli rispondo e sento gli occhi della signora accanto che mi pregano di tirare su il mento, gli zigomi, i capelli, qualsiasi cosa.
Qualcosa troveremo, vedrà.

Finisce sempre che ha ragione lui e io esco facendo i conti delle probabilità, delle percentuali, delle possibilità accumulate fino a oggi e poi sospiro e il solito pensiero di speranza, nella mia testa, vacilla. Chiudo la porta dell’agenzia, sono già le sette e mezza. Ci sono rimasto fino all’ultimo, anche dopo il colloquio, per controllare fino all’ultimo volantino: anche questa è una buona abitudine. Stasera l’aria salmastra mi arriva più dritta del solito. Allungo il tragitto: in questa città, a volte, febbraio fa le prove di primavera ed è una buona opportunità, perché si può costruire un futuro probabile e poi correggerlo, in caso di errori.

I negozi stanno chiudendo. Mi fermo davanti a una vetrina di giocattoli. La ragazza mi guarda per qualche minuto, sperando che io entri, ma evito proprio di alzare gli occhi: stasera, la terra si è sbriciolata e non potrei sopportare vedere al di là del vetro la stessa mia paura. Non saprei cosa dirle. Parleremmo delle nostre abitudini, “io non ho soldi per nessun giocattolo, poi ormai mio nipote è grande per i giochi piccoli”, parleremmo di come è bello lavorare. Non è il caso. Da mio fratello e mio nipote non ci vado nemmeno stasera; da quando ho perso il lavoro, metto da parte per Enrico qualche bustina di figurine; spero sempre di trovarci i giocatori del Palermo o del Catania, per me è uguale, o della Juve, così siamo contenti entrambi, ma è un periodo che sono sfortunato pure a scegliere le bustine delle figurine e alla fine non gli porto niente: mi guarderebbe triste e sconsolato e io mica gli saprei rispondere.

Faccio la stessa strada da anni per tornare a casa, da quando facevo l’aiutante di Antonio, che adesso è in pensione, è rimasto vedovo e sta sempre davanti alla televisione. Qualche volta passo davanti casa sua e mi saluta svogliato dalla poltrona del soggiorno, lascia spesso la finestra aperta così chi lo vuole salutare, dice, non ha bisogno di entrare in casa sua, che è una brutta abitudine. E io lo accontento.

Da quando sono disoccupato, penso sempre di cambiare tragitto, passare dalle strade più interne, allungare il passo e metterci meno; cambiare abitudini, cambiare verso, cambiare modo. Invece, quando mi chiudo dietro la porta dell’agenzia, la rassegnazione è sempre più grossa, le lacrime agli occhi vanno e vengono, così faccio sempre lo stesso percorso. Almeno, mi dico, non devo pensare a dove andare. Le scarpe vanno da sole, i pensieri pure e io posso fumarmi le mie due sigarette senza voglia. Se sono bravo, di sigarette ne fumo una e un po’, al massimo una e mezza, così il resto lo conservo nel pacchetto, per il giorno dopo.

Stasera, senza pensarci, fumo tutte le sigarette rimaste nel pacchetto, sono almeno quattro. Lo sguardo, vuoto, sull’ultimo pezzo del lungomare. In fondo c’è un tizio seduto su un muretto che spegne la sua sigaretta e la butta in mare con stizza e precisione. Poi si alza, si mette le mani in tasca veloce e si incammina sino alla fine del muretto. Lo seguo mentre fa gli scalini di roccia che sfondano il cemento e piombano dritti nel mare. Lui scende con difficoltà, sfilandosi la giacca e le scarpe e poi i pantaloni e infine la maglietta: lo guardo appoggiato a un palo, poco distante, in tutti i suoi abitudinari movimenti, come se stesse mettendo su una sedia i vestiti del giorno, sapendo che qualcuno sarebbe poi andato a prenderli per lavarli.

Aspetta qualche secondo, poi si butta. Io faccio un passo indietro.