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Lucky

Amy viveva a Denver, Colorado, in una casa col giardino intorno e un garage. Il suo più grande amore era il suo gatto RaRa — scritto così, non so come si pronunciasse — che viveva nella sua stanza, mangiava nella sua stanza, dormiva sempre con lei. Il suo più grande cruccio era dover vivere con suo fratello minore, Rick, un ragazzotto grasso e tozzo, che, diceva, la prendeva in giro perché lei portava gli occhiali rossi.
Da che pulpito, pensai io, mentre mi aggiustavo gli occhiali rossi sul naso.
Di Amy conoscevo tutto, in elenchi precisi, che arrivavano ogni mese e mezzo circa su carta rosa o arancione, dentro buste da lettera rettangolari e grandi con una grafia da ragazza del liceo delle serie tv americane.
La prima cosa che mi domandai sui ragazzi americani era perché avessero tutti la grafia simile.
Eravamo amiche di penna. Lo eravamo diventate a caso, più o meno come due compagne di banco appena arrivate dalla scuola nuova.
La prof. di inglese ci aveva proposto di compilare il questionario con gusti e preferenze e di provare ad avere un amico di penna anglofono, per esercitarci a scrivere in inglese. Potevamo scegliere di dove, a me sembrò razzista: cos’avevo io in più di uno che veniva da chissà dove nel mezzo degli Stati Uniti d’America o dell’Inghilterra?
Io capitai ad Amy, che doveva avere pensato la stessa cosa, e Amy capitò a me. Era l’inverno 1995. Durò poco più di due anni.
Amy era metodica: in ogni lettera scriveva una pagina o una pagina e mezza in inglese e altrettanto in italiano. Non l’ho mai fatto, ma se avessi contato le battute avrei di sicuro ottenuto un numero identico. E in questo modo mi costringeva ad impegnarmi: non sono mai riuscita a sottrarmi allo sforzo evidente che chiedeva una ricompensa.
Era anche ordinata e puntuale. Ogni due lettere, mi arrivava una foto. La prima fu quella del gatto: un siamese con la faccia da stronzo; la seconda quella del giardino: suo fratello, al lato sinistro, era girato di spalle; la terza fu la sua stanza: a sinistra la finestra con le tende bianche, in mezzo il letto enorme, a destra una porta con uno specchio a muro, che rifletteva un’altra porzione della camera, allargando lo spazio dell’immagine: era visibile l’angolo di un quadro appeso a un muro colorato di verde pallido, forse sbiadito. Le chiesi una volta che colore fosse, non mi rispose. La quarta furono i suoi genitori, in posa sull’uscio di casa, con le giacche addosso e pronti per uscire. Amy somigliava a sua madre. Poi fu la volta della strada verso la scuola, dell’armadietto marrone chiaro della scuola e infine di un principio di ragazzo, con cui scambiava qualche parola durante matematica.
Le basta poco, pensai.
Amy odiava suo fratello, ma voleva molto bene a suo cugino Brian, perché era più grande di lei e le dava da leggere dei fumetti e da ascoltare della musica e ogni tanto la portava fuori con lui il sabato pomeriggio. Diceva che aveva conosciuto tutte le sue amiche. Erano tutte molto belle e lei cercava di pettinarsi e vestirsi come loro. Brian voleva una sorella, non ce l’aveva e Amy era convinta che le voleva bene come una sorella, quindi sarebbero stati insieme per sempre.
For ever, mi scrisse una volta.
Interessante, pensai io.
Io cercavo di starle dietro, a fatica, le mandai la foto della mia stanza, dopo averla ordinata, ma non era un granché: si vedevano bene solo i libri nella libreria nera, la foto di ciò che vedevo dalla mia finestra, un vicolo in salita che diventava un altro vicolo se voltavi a destra, e una di me stessa, di qualche tempo prima, con una racchetta in mano.
A lei il tennis non piaceva.
It’s boring, mi rivelò nella lettera successiva.
You read a lot and don’t listen to music. Bad, mi bollò.
Ascoltavo tanta radio, è vero. Ascoltavo tante cose che non erano mie. Si sentì in obbligo di aprirmi una porta. In quel giudizio mi resi conto che non saremmo durate granché, Amy ed io, ma andammo avanti abbastanza per ricevere una musicassetta e per pretenderne una indietro. Una competizione che lei sapeva che avrebbe vinto e io non ero molto sicura di voler affrontare.
Let me know what you listen to, pretese.
This is what I listen to, scrisse.
Ma guarda questa, pensai io.
Quanta Tracotanza Americana.
Quanto modo di fare da sapientina.
Adesso ti faccio vedere io.
La mia selezione non arrivò mai. Dissi che l’avevano persa le Poste Italiane — questo fantomatico servizio che spiegai per filo e per segno, a cui avrei dato la colpa per diverse cose, prima dell’avvento di internet. Ma la sua la consumai.
Non gliel’ho mai detto, non ammisi mai che aveva ragione, continuammo a parlare di gatti, giardini, orti, fiori, scuola e il ragazzo con cui parlò per mesi, finché arrivò un inverno e, mi scrisse, suo padre mise un telone sull’orto, per proteggere soprattutto le piante e sistemò i fiori in casa, per evitare che seccassero. Non era il nostro primo inverno, ma non me lo aveva mai detto.
Qui in inverno nevica, le risposi.
La neve, scrissi, è bella finché qualcuno non ci mette i piedi dentro.
Impiegai ore per rendere bene in inglese questa frase e le mandai una foto della neve sulla campagna di tre anni prima, un panorama dove non sarebbe mai potuto arrivare l’uomo con le sue scarpe. La scelsi fra una decina che avevo conservato. Stesso soggetto, angolazioni diverse.
Adesso vediamo com’è la neve in Colorado, pensai.
Nel lettore, il cd che andava era il suo.
La prima canzone era Let down.
La seconda Karma Police.
(Venti anni fa oggi i Radiohead hanno registrato Ok Computer e questo è il modo in cui io li ho incontrati. Karma Police, poi, è uscito come singolo il giorno del mio compleanno. Ma questo l’ho scoperto solo anni dopo. Nelle foto di quel periodo, oggi in giro ne troverete diverse, Thom Yorke porta gli occhiali e saltuariamente sorride. Io in quel periodo pure, ma anche questo lo scoprii molti anni dopo.)