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Rebel Rebel

I ricordi che ho delle prime settimane di università sono accavallati; quando ho incontrato chi, dove, cosa ci siamo detti la prima volta. Era il 2001, erano le aule di Lettere e Filosofia di Via Zamboni a Bologna: questo è certo.
Il primo ricordo preciso che ho dell’Elena è di dicembre, durante una tombolata in una casa mansardata dietro San Petronio. Quell’asino in mezzo ai suoni biondo si trovava a disagio a giocare a tombola: mi intenerì.
Nel film di quella sera c’è uno stacco di montaggio, e qualche momento dopo, tolte le cartelle, quello stesso asino biondo parlava, come se lo avesse scritto lei, di un libro, uno dei miei preferiti, uno di quelli che ogni tanto rileggo: Sessanta racconti di Dino Buzzati. Mi colpì. Io non avrei avuto quella sicurezza nel parlare di Buzzati, come non avevo sicurezza a parlare di tutte le cose che conoscevo a menadito e che non avevo la prontezza di dire.

L’Elena e io eravamo simili: potevo giocare a tombola a occhi chiusi, lei poteva discutere di Buzzati a occhi chiusi. Io le insegnai a giocare a tombola, a un certo punto, a cercare il suo modo di comprendere le cose semplici, lei mi insegnò a pensare in grande, secondo le capacità e i limiti che mi erano (e sono) propri. È il regalo più grande che ci siamo fatte, credo. Di sicuro è il regalo più grande che lei mi ha fatto.
L’Elena ha fatto cose meravigliose e l’ultima, con Francesca, è questa:

Libro su tavolo del soggiorno, 2016

La sottoscrizione per riceverlo l’ho fatta a nome di Paolo, è il suo regalo di Natale*, anche se non sa leggere e anche se non è una ragazza; è la mia personalissima risposta a una domanda inutile, la seguente: “E com’è crescere un figlio maschio?”

Nei corsi di scrittura, anche i peggiori, insegnano che non bisogna mai esagerare con l’aggettivazione. Una storia, e la narrazione in generale, non ha bisogno di essere aggettivata oltremodo, ha bisogno solo di essere raccontata, detta, messa nella forma di racconto. E vale un po’ per tutto, con gli aggettivi è così: servono, ma servono poco e quasi mai dicono davvero di più, spesso sono di intralcio.
È la mia personalissima risposta a una domanda inutile, dicevo.
Vorrei regalare a Paolo, un giorno, la capacità di avvicinarsi agli altri, trattandoli con rispetto e tenerezza, sapendo che ognuno è fatto a modo suo, ha un passato e un presente, ha convinzioni e paure, ha capacità e spesso dei problemi, magari non uguali ai suoi. Vorrei insegnargli l’uso corretto degli aggettivi, insomma**. E ho deciso di iniziare da qua.

*Ha ricevuto anche dei mattoncini morbidi da ciucciare: non fate quella faccia.
**Anche del congiuntivo: di nuovo, non fate quella faccia.