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Il primo post del 2014 l’avevo dedicato a quattro libri letti di cui volevo dire due parole. Pensavo di continuare durante l’anno, e invece il 2014 ha visto post del blog perennemente in bozza e tutto quello che ho scritto è finito per rimanere nel mio computer, in pochissime altre sapienti mani o su Abbiamo le prove, più di recente.
È andata così.
L’altro ieri, però, riflettevo sul fatto che negli ultimi mesi sono stata fortunata: ho letto libri di cui mi ricorderò e quindi l’elenco qui sotto ne sceglie quattro, e chiude il mio anno da lettore prima che finisca quello solare – anche perché d’ora in avanti, fino a dicembre, leggerò solo ricettari di dolci.

Cpertina Gipi unastoriaunastoria, Gipi, Coconino Press
Non è interessante sapere se Gipi meritasse o meno essere allo Strega ed eventualmente vincerlo o arrivare secondo.
Non è interessante – o perlomeno: lo è ancor meno – la trama.
Non sono interessanti i sottotesti, il contesto, il tratto, i colori.

Non è interessante nulla, a pensarci bene.
unastoria è semplicemente un libro necessario.

 

Copertina PCameron Un giorno questo dolere ti sarà utileUn giorno questo dolore ti sarà utile, Peter Cameron, Adelphi

Gli estimatori dei romanzi di formazione sono una setta, come quella dei divoratori di racconti e in quanto setta sanno perfettamente che là dove il romanzo di formazione finisce inizia la storia ed è importante solo ed esclusivamente il percorso.

La critica principale a questo libro che ho letto è proprio questa: finisce quando comincia il bello. Ma è esattamente così che deve andare, perché il percorso è fenomenale. La pagina, l’intuizione, il personaggio protagonista, il non detto: questi elementi concorrono, insieme, a rendere speciale tutto questo dolore.


Copertina OPaz Anch'io sono scritturaAnch’io sono scrittura. L’autobiografia
, Octavio Paz, Edizioni SUR

Octavio Paz è un genio che odiava quello che faceva. In questo libro è chiaro e semplice. Il motivo per cui l’ho letto l’ho scoperto dopo averlo letto e sta nella citazione che segue. Parte da una domanda:

Mi chiedo da sempre: perché diamine scrivo quando sarebbe molto più comodo fare altre cose?

E dopo un racconto sul come arriva a fare quello che fa, come compone la prima riga e come la segue o meno, Octavio Paz arriva qui:

Naturalmente questa cosa non riguarda soltanto gli scrittori: tutti siamo più persone nello stesso momento. E tutti abbiamo la tendenza a estirpare questa pluralità in favore di una presunta unità. Lo scrittore deve vivere non soltanto un dialogo con gli altri – il suo pubblico, il suo stile, la fama, l’eternità, che so io – ma anche con se stesso. La pagina è viva se in essa traspaiono le voci soppresse. Ho sempre avuto l’impressione che la letteratura fosse linguaggio, purché si intenda che quando parlo di linguaggio parlo di pluralità di visioni del mondo. Ossia delle voci soppresse. Non c’è nulla che io ami più della perfezione verbale, ma solo se il linguaggio di colpo si apre, e nel suo aprirsi, in quella rottura abissale – letteralmente abissale – vediamo e udiamo un’altra realtà. Una realtà che non conoscevamo e una voce che avevamo udito solo in sogno. La voce che avremmo voluto non udire: la voce della morte, la voce carnale.

Copertina Gli eroi imperfettiGli eroi imperfetti, Stefano Sgambati. Minimum Fax.

L’ho letto appena uscito, sia perché ero invidiosa del titolo sia perché avevo letto, di Stefano Sgambati, Paese bello (Intermezzi editore) e il fatto che lui, l’autore, fosse “passato” al romanzo mi aveva incuriosito.

Ecco: il romanzo è migliore della prima raccolta di racconti, per tre ragioni. Fa un passo avanti la lingua, innanzitutto. Poi, Ponte Milvio a Roma – il romanzo è ambientato interamente lì – è diventata per il tempo di questo romanzo casa mia, nonostante io non sia mai stata a Ponte Milvio, e l’aver saputo dare spazio a un luogo in modo così completo è qualità rara. Infine Irene, il personaggio protagonista femminile, non stona, non ha sbavature, non tituba, non cede mai al già sentito.

Mi innamoro della cura dei dettagli, d’altronde.

I pensieri migliori le vengono lavandosi i denti. Sono minuti necessari durante i quali non esistono i sensi di colpa ma solo la placca. La placca si può sconfiggere. Almeno a sentire le pubblicità dei dentifrici: è bello sapere di poter sconfiggere qualcosa.