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Un attimo tutto suo

A un certo punto Paolo mi ha guardato, mi ha rassicurato, mi ha lasciato la mano ed è andato verso la libreria.

C’è una mia foto di una vacanza alle Isole Tremiti, ho pochi anni, in cui sono in un canotto arancione, guardo in camera con la faccia crucciata dal sole e tengo la mano di mia mamma, che nella foto non c’è. La sua mano è facile da riconoscere: ha lo smalto rosso sulle unghie, le dita sottili, la pelle abbronzata.
Tutti sappiamo che è lei.
Non sono mai stata affezionata a quella foto, nessuno lo è particolarmente, eccetto mia madre. Io non ho un’espressione così gioviale, non sembro nemmeno troppo simpatica, mio padre non c’è, non c’è nessuna delle persone con cui eravamo, ma nell’album di fotografie, campeggia in mezzo alla pagina, in solitaria, come un momento di culto.
Il motivo è semplice: raccogliere le fotografie, archiviarle, ordinarle diligentemente è stato sempre affare di mia madre. È lei quella che ha la vocazione al ricordo — è da lei che ho preso, tranne per la metodicità dell’atto — e da quando non lo fa lei, le mie foto sono sparse.

Nel momento che avrei voluto fotografare con Paolo, la mia mano sarebbe stata aperta: una bocca spalancata intenta a blaterare un consiglio banale. Sarebbe stata una foto brutta.
Paolo non ha chiesto il permesso di andare, né mi ha avvisato, non mi ha lasciato imprimere la memoria. È fatto così: fa le cose importanti quando si è intimi, quando nessuno lo nota, quando può sperimentare liberamente senza che nessuno si aspetti alcunché.

Mia madre ricorda quel momento con molta tenerezza. Quando me ne ha parlato la prima volta me l’ha raccontato per dirmi quanto liscia fosse la mia pelle. Quanto quel tocco l’avesse intenerita. Non si mosse, anche se era in acqua, anche se non si sentiva al sicuro — mi madre non sa nuotare — anche se mi avrebbe voluto riportare a riva. E io rimasi appoggiata lì per un po’, il tempo necessario per decidere che era ora di abitare il mio canotto da sola. Paolo è approdato alla libreria girato di spalle, è andato nel senso più letterale che potessi immaginare e nessuno sa che faccia abbia fatto, che libri abbia fissato. Io non lo so, lui non se lo ricorderà mai.

Una delle caratteristiche principali di mio figlio, un anno e mezzo oggi, è che non ama essere osservato. Ovviamente è la cosa che mi piace di più al mondo fare, quando lo trovo a casa e non lo vedo dal mattino, ma è anche la cosa che mi piace di più di lui.
Lo osservo per pesare quanto tempo non siamo stati insieme — prima che camminasse ero terrorizzata dal fatto che lo facesse la prima volta senza di me — ma ormai questo tempo dura sempre meno, perché mi viene incontro e chiede di camminare insieme quasi subito. Fa un giro del soggiorno o della cucina, mi porta dove vuole per fare ciò che ritiene più piacevole oppure per mostrarmi una cosa che ha fatto: in questi giorni è il puzzle del maiale: due pezzi che si incastrano perfettamente, che lui si impegna a fare intersecare con un unico clac sul pavimento.